Per quale motivo quando sentiamo la voce dei ventriloqui ci sembra che in realtà venga dal pupazzo che stanno muovendo nonostante sappiamo bene che non è così?

Da quanto si evince in una ricerca recentemente pubblicata del Centro di Neuroscienze Cognitive della Duke University nel North Carolina, (Usa), il segreto sta nel nucleo collicolare inferiore, cioè un'area all’interno del nostro cervello nella quale, - le informazioni visive e quelle uditive si "mescolano".

La scenziata Jennifer Groh, ha condotto un esperimento su alcune scimmie, alle quali è stata monitorata l'area collicolare mentre in una stanza buia erano sottoposte a stimoli visivi (lampi di luce) e uditivi (suoni improvvisi).

Con sorpresa ha scoperto che l'attività nervosa normalmente correlata agli stimoli uditivi nelle scimmie veniva messa in moto anche mediante gli stimoli visivi.

I neuroni presenti in quest'area del cervello, una tra le più antiche nella storia evolutiva dell'uomo, rispondono ad entrambe le stimolazioni permettendo alle percezioni uditive e a quelle visive di completarsi a vicenda.

Secondo la studiosa, questa ricerca dimostra che «la percezione richiede un'elevata interazione tra le reti sensoriali, molto più elevata di quanto non si pensasse finora».

 

Il pensiero è che il luogo meno rumoroso del mondo sia una sperduta valle alpina viene subito in mente, ma non è così! In realtà è un asettico laboratorio americano. Così silenzioso che può far impazzire dopo breve tempo. Ma qual’e la sua funzione?

Nella camera anecoica di questo laboratorio si testano l'efficacia di impianti intra-aurali sui bambini non udenti (George Steinmetz/Corbis)

Se siete alla ricerca di pace, tranquillità e assoluto silenzio la camera anecoica sita negli Orfield Labs di Minneapolis negli Stati Uniti, è il luogo che fa per voi: è entrata nel 2008 nel Guinness dei Primati in qualità di luogo più silenzioso del mondo.

Talmente è il silenzio che dopo appena un'ora può portare allo squilibrio mentale colui che si trova al suo interno.

Silenzio!

“La stanza dei silenzio” è stata costruita per annullare completamente sia i rumori provenienti dall'esterno sia la riflessione ed il riverbero sulle sue pareti interne dei suoni prodotti dall’interno.

È costituita da due camere montate una dentro l'altra come la famosa Matrioska Russa: quella più interna, cuore della struttura, è isolata dal resto del mondo da uno spesso strato di fibra di vetro di ben 1 metro di larghezza e le sue pareti più interne sono rivestite da una particolare tappezzeria tridimensionale costituita da schiuma sintetica che ha la capacità di spezzare ed assorbire addirittura il 99% delle onde sonore.

La sua rumorosità di fondo e di -9,4dB. Per farsi un'idea di cosa questo vuol dire è sufficiente considerare che 0dB è la soglia dell'udibile per l'orecchio umano e 30 dB è il volume dei suoni che si sentono normalmente di notte nelle nostre stanze da letto.

Entrando in questo locale si diventa insomma l'unica fonte di rumore. Sembra di essere senza sensi.

Non appena il nostro udito si è abituato al silenzio assoluto, incomincia col percepire tutti i suoni prodotti dal nostro corpo: lo scorrere del sangue nelle vene, il battito del cuore, l'aria che entra e esce dai nostri polmoni.

L'esperienza può risultare così estrema da far perdere l'equilibrio psicofisico di chi soggiorna al suo interno.

Steven Orfield, responsabile della struttura, spiega che all'interno della sua camera anecoica (cioè priva di eco), una volta spente le luci, è possibile sperimentare la più completa privazione sensoriale: i giornalisti e le persone che hanno deciso di sfidare la stanza hanno resistito all'interno per non più di 45 minuti.

Medici e sound designer

Ma a cosa serve un locale del genere? Viene utilizzato per svolgere ricerche cliniche sulla sordità, ma anche per studiare le sonorità di alcuni prodotti prima di lanciarli sul mercato, per esempio il rombo degli scarichi di alcune marche di motocicletta o il rumore prodotto dalle nuove generazioni di lavatrici e lavapiatti progettate per essere azionate di notte, quando l'energia elettrica è meno cara.

 

Grazie a questo esperimento di Alexander Gutschalk, è stata scoperta l'area del cervello che mette ordine nel caos sonoro di quello che viene chiamato "fenomeno del cocktail party". (Ambienti con molti rumori di vario genere molto confusi).

Per comprendere in che modo cambia la nostra capacità di percepire con chiarezza la voce di una persona quando ci troviamo nel caos sonoro tipico di una festa o di un concerto oppure di una folla vociante,

Alexander Gutschalk, dell'Università di Heidelberg (Germania), ha sottoposto alcuni volontari all'ascolto di una prima serie di suoni (ascolta la sequenza completa) registrandone contemporaneamente l'attività cerebrale.

Nonostante apparentemente casuali, questi suoni ne nascondono uno che viene ripetuto regolarmente.

Gutschalk ha poi chiesto ai volontari di ascoltare nuovamente la prima sequenza sonora, concentrandosi però sul suono ricorrente ripetuto.

Quando riuscivano (e ci riuscivano tutti perfettamente!) ad identificare il suono, il grafico della loro attività cerebrale mostrava un aumento di intensità in un’area specifica, la corteccia uditiva secondaria. Quest’area, secondo i ricercatori è preposta all'identificazione dei suoni in contesti difficili di caos sensoriale.

Benché la situazione dell'esperimento non riproducesse quella di un vero e proprio party, quando l'identificazione passa anche attraverso il timbro e il tono delle voci, la scoperta fa luce sulla nostra capacità “magica” di isolare uno stimolo tra tanti simili.

 

Questo fenomeno, conosciuto come effetto McGurk (dal nome del suo scopritore) è noto da tempo. Ma ora è stato osservato per la prima volta come i segnali visivi influenzano la regione auditiva del cervello, cambiando la nostra percezione della realtà.

Attenzione quindi a quello che vedi ed a quello che senti.

I volontari dell’esperimento hanno guardato e ascoltato una serie di video di una bocca intenta a pronunciare diverse sillabe: "ba", "va", "ga" e "tha";

A seconda dei casi i soggetti hanno sperimentato una di queste situazioni:

- Il movimento della bocca corrispondeva al suono udito: per esempio, la bocca pronunciava "ba" e "ba" era la sillaba udita.

- Il movimento della bocca non corrispondeva assolutamente al suono udito: per esempio, le labbra pronunciavano "ga" mentre l'audio trasmetteva "tha". In questo caso, i pazienti hanno percepito due sillabe diverse.

- Il movimento della bocca era solo lievemente diverso dal suono udito: per esempio, le labbra pronunciavano "va", e il suono indicava "ba". In questo caso, i soggetti hanno percepito "va" e quindi quello che vedevano. (effetto McGurk).

La conclusione è stata che in molti casi il cervello dà più importanza a ciò che vede piuttosto che a ciò che sente.

 

 

Se esposti per alcuni giorni a condizione di completa oscurità, i topi adulti mostrano un miglioramento dell'udito e una più intensa ed un’attivazione più rapida di specifiche popolazioni cellulari residenti della corteccia uditiva.

Il risultato dimostra per la prima volta una sorta di plasticità corticale del cervello dell’adulto, che potrebbe aprire interessanti prospettive riguardo alla terapia dei deficit sensoriali anche nell'uomo.

In condizioni di oscurità ricreate artificialmente è possibile ottenere un miglioramento dell'udito grazie ad una ricostruzione delle connessioni nella corteccia uditiva: è quanto ha documentato un nuovo studio sul modello animale pubblicato su “Neuron” da un gruppo di ricercatori dell'Università del Maryland e della John Hopkins University.

Questi fenomeni di compensazione tra diversi apparati sensoriali servono anche negli esseri umani in particolare nei soggetti non vedenti dalla nascita o dalla prima infanzia, che mostrano un udito molto più sviluppato della media.

In questa ricerca, gli autori hanno studiato alcuni topi di laboratorio, posti in condizione di completa oscurità per un periodo di 6-8 giorni. Tornati alle normali condizioni di luce, i topi mostravano una vista inalterata mentre l'udito è apparso sensibilmente migliorato.

“Non sappiamo per quanti giorni dovrebbero restare al buio degli esseri umani per ottenere lo stesso effetto spiega Patrick Kanold, uno degli autori della ricerca, né se sarebbero disposti a farlo, ma potrebbero essere una strada verso l'uso di training multisensoriali per correggere il deficit in questo campo".

Immaginate di vedere un dialogo televisivo doppiato male: le vostre orecchie sentono una cosa, ma i vostri occhi ne percepiscono un'altra: nei casi in cui questa differenza è sottile, il cervello si "fida" maggiormente di quello che vediamo.

 

Quando la qualità dell'udito peggiora, in agguato c’è la depressione: è questa la preoccupante conclusione di uno studio avvenuto in America che ha confermato un sospetto avanzato da tempo e cioè che esiste una stretta relazione della difficoltà auditive ed un maggior rischio di disturbi dell'umore e la depressione.

”Abbiamo osservato l'associazione significativa tra la perdita di udito e la depressione da moderata a grave, anche se la relazione di causa-effetto rimane ignota" spiega il dott. Chuan Min Li, Del National Institute of Deafness and other Comunication disorders americano, autore della ricerca appena pubblicata sulla JAMA Otolaryngology Head & Neck Surgery.

Gli studi precedenti che avevano rilevato una correlazione, non sempre chiarissima, si erano concentrati solo su sottogruppi di popolazione, in particolare anziani, mentre lo studio di Min li ha presi in esame un campione di oltre 18.000 adulti partecipanti alla National Health and nutrition examination Survey, ed ha osservato che la percentuale di depressi della popolazione passo dal 5% tra coloro che non hanno disturbi dell'udito all'11% di coloro che non sentono bene. Le donne sono più vulnerabili alla depressione soprattutto quando la perdita di udito si manifesta dove settant'anni, perché nelle donne riguardo in particolare le frequenze elevate, cruciali per comprendere il linguaggio parlato, soprattutto negli ambienti rumorosi.
La raccomandazione degli autori e chiara: "I professionisti sanitari dovrebbero tenere presente l'aumento di rischio di depressione negli adulti con disturbi dell'udito”.

Fonte: Doctor news

 

È stato scoperto che la terapia la perdita dell'udito a un profondo impatto sulla personalità sulla vita sociale delle persone più anziane. I dati arrivano da uno studio svedese che ha presi in esame 400 persone di età compresa tra gli ottanta ed i novant'anni, per un periodo di sei anni.

Ogni due anni, gli anziani venivano valutati in termini fisici e mentali, come pure sulle aspetti della personalità, come estroversione e stabilità emotiva.

Durante i sei anni, i ricercatori hanno scoperto che anche se la loro stabilità emotiva rimaneva la stessa di partecipanti diventavano meno espansivi. Sorprendentemente ricercatori non poterlo collegare questo cambio di personalità all'impoverimento fisico e cognitivo o alle difficoltà di trovare attività sociali in età avanzata.

L'unico fattore nel quale ricercare un collegamento con la riduzione delle capacità cognitive era dunque la perdita dell'udito.

 

 

Non esiste un momento specifico della vita di ogniuno di noi nel quale si comincia ad invecchiare, il nostro organismi cresce, raggiunge la capacità riproduttiva a va incontro a modificazioni progressive che non ci è dato di arrestare.

Il miglior modo di vivere bene è indubbiamente prevenire piuttosto che curare.

Nel caso in cui però, dovessero insorgere i sintomi di eventuali patologie, è necessario richiedere una diagnosi ed un intervento di persone professioniste.

Il medesimo concetto vale anche per tutte le altre patologie che derivano dalle abitudini quotidiane come quella del fumo della sigaretta.

Sono ben conosciuti gli effetti del fumo sui polmoni, molto meno gli effetti che lo stesso ha sull’udito. Si, perché l’esposizione al fumo, sia essa attiva o passiva, può far aumentare in modo sensibile il rischio di perdere l’udito.

Lo studio è stato condotto da alcuni ricercatori dell’università di Manchester e supportato dall’Action on Hearing Loss, dal Medical Research Council e dal National Institute fo Health Research.

I risultati dello studio effettuato, dimostrano che fumare aumenta del 15,1% il rischio di sordità, mentre la sola esposizione al fumo passivo la aumenta del 28%.

Per poter arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno preso in esame 164.770 adulti ambosessi, di età compresa tra i 40 ed i 69 anni di età.

Nonostante gli studi e le evidenze, il legame tra la sordità ed il fumo non è ancora chiaro. Potrebbe trattarsi di una di una correlazione indiretta, derivata quindi da malattie cardiache e circolatorie che, come complicazione potrebbero aggravare o provocare le condizioni per l’ipoacusia.

Il dottor Dawes commenta: “Non siamo ancora sicuri se le tossine nel fumo di tabacco influenzino direttamente l’udito, o se le malattie cardiovascolari legate al fumo provochino modifiche cardiovascolari che abbiano un impatto negativo sull’udito o entrambi”.

Per quello che riguarda l’aumento del rischio tra i fumatori passivi è più elevato rispetto a quello dei fumatori effettivi, potrebbe essere perché i fumatori sono stati messi a confronto sia con i non fumatori e sia con i fumatori stessi, mentre invece i non fumatori sono stati confrontati solamente con i non fumatori.

L’idea di perdita uditiva è normalmente associata all’invecchiamento a all’esposizione ai rumori di elevata intensità, ed è vista come normale conseguenza. Dai risultati degli studi appare tuttavia chiaro che non è sempre così e che, il fumo può può avere un ruolo significativo.

Gli esperti consigliano di evitare di fumare e di esporsi al fumo passivo, per quanto possibile, esattamente come si deve fare con i rumori ad alta intensità, in modo da proteggere l’udito e prevenire la sordità.

 

La pillola blu più famosa del mondo è stata accolta come soluzione ai problemi legati alla sessualità in età avanzata, senza importanti controindicazioni o dannosità segnalate a carico dell’utilizzatore. Contrariamente a ciò, uno studio effettuato su un campione di undicimila uomini, effettuato tramite MEPS, Medical Expenditure Panel Survey, un censimento sulla spesa sanitaria, ha valutato il rapporto fra inibitori della fosfodiesterasi, un enzima coinvolto nei processi che causano la disfunzione erettile e la perdita di udito. Dalla analisi è emerso che gli uomini che usavano il Viagra oppure altri farmaci similari, mostravano il doppio delle possibilità di avere problemi di udito rispetto a chi non usava il farmaco. Secondo il dott. McGwin, autore della ricerca, “sarebbe prudente ed opportuno che i pazienti che usano questi farmaci fossero avvertiti dei potenziali rischi ed avvisati di fare attenzione ai primi sintomi di calo dell’udito.” Dovrebbero essere informati e consigliati a presentarsi presso un audiologo per essere sottoposti ad una visita per poter intervenire prima che un danno eventuale possa diventare grave e permanente.

Questo tipo di farmaci funzionano per coloro che hanno problemi di disfunzione erettile grazie alla loro capacità di aumentare il flusso del sangue verso alcuni tessuti del corpo.

Si ipotizza che potrebbero avere un effetto similare sull’orecchio, dove tale eccessivo aumento del flusso sanguigno sarebbe la causa del danno dal quale scaturirebbe la perdita di ascolto.

Già nel passato alcuni studi mettevano in relazione i farmaci contro la disfunzione erettile e l’ipoacusia.

L’unico consiglio per chi decide di assumente questi tipi di medicinale è di rivolgersi al proprio medico all’insorgere dei primi sintomi.